Italica150 e il lago d’Iseo

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(Foto: lungolago di Sale Marasino, lago d’Iseo)

«Mia carissima moglie» scrisse Taumann dalle rive del lago d’Iseo «godo di ottima salute e così spero di te, ma purtroppo il mio animo è carico di preoccupazioni, simile al cielo di qui che abbonda di nubi fosche. Numerosi come siamo procediamo lenti, troppo lenti! Ieri abbiamo coperto in quattordici ore una tappa che un pugno d’uomini potrebbe ben ultimare in metà di quel lasso di tempo: dobbiamo fermarci ogni volta che un portatore scivola nel fango, un mercante ci approccia o un cavallo guasta un ferro. Così la sera arriviamo sempre tardi: gli accoliti sbadigliano durante la cena, e a molti di loro si chiudono gli occhi nel bel mezzo delle discussioni serali. Ci manca il tempo di riposare, e qui ci sono ancora strade larghe e battute bene. Mi domando come faremo laddove i sentieri consentono il passaggio di una sola persona alla volta».

(Gli psicoatleti, Enrico Brizzi. Dalai editore 2011)

 

La Motown e l’irraggiungibile ragazza irlandese

 

C’erano canzoni che nemmeno riuscivo a immaginare di poter rifare, brani che avrebbero avuto bisogno di un’intera orchestra – composizioni tese, dinamiche, che ti facevano schioccare le dita, pubblicate dall’etichetta Tamla, quella con il logo marrone chiaro. Un venerdì sera, l’idolo locale Dusty Springfield aveva partecipato come presentatore all’edizione speciale dell’imperdibile programma del fine settimana, Ready Steady Go!, dedicato a quello che adesso viene chiamato il «Motown Sound». Per noi significava comunque musica della «Tamla». A ripensarci, tutti i pezzi erano probabilmente in playback, ma paragonati alla goffaggine boriosa e priva di grazia da parte delle esibizioni inglesi, gli artisti Motown erano strabilianti per l’eleganza degli abiti, delle coreografie e per il modo in cui presentavano le canzoni. Da quel momento in poi ho comprato tutto quello che mi potevo permettere di quella etichetta. Quei dischi non erano musica per semplici mortali. Anche quando mio padre mi portò a casa «Reach out I’ll be there» dei Four Tops per impararla, non sarei mai riuscito a immaginare di suonare quelle canzoni con una chitarra. Levi Stubbs cantava come fosse di questa terra, o forse come fosse scolpito nella roccia, ma la nota di disperazione nella sua voce andava oltre la comune esperienza. Ma chi era questa «Bernadette» che lo aveva reso così disperato? Probabilmente non una ragazzina irlandese con un fermaglio tra i capelli, sul cui ginocchio aveva scioccamente posato una mano durante un appuntamento al cinema per vedere una stupidaggine come una replica di F.B.I. Operazione gatto. Di certo Marvin Gaye non aveva di questi problemi. Non riuscivo a collegare quello che facevo nella mia stanza con la chitarra a un disco come «You ain’t livin’ till you’re lovin’». Non riuscivo a decodificare quell’accordo così come non riuscivo a cantare con uno stile così soprannaturale. Tutto quello che potevo fare era lasciar perdere, stupefatto, chiedendomi quando la vita sarebbe cominciata. Per Peter Green non era così. Anche se era un chitarrista soul e di grandi sfumature, di gran lunga superiore sia ai suoi più pacchiani contemporanei che alle mie capacità da principiante, l’umanità nel suo modo di cantare suonava modesta e intima al punto da collocarlo fra di noi, e non sopra di noi. La sua versione di «Need your love so bad», con il breve e superbo assolo d’apertura, ovvero l’unico pezzo alla chitarra che abbia mai voluto imparare, è stato il mio primo contatto con il blues per orchestra di Little Willie John, un percorso musicale esplorato con particolare successo dalla Bobby Blue Band.

Per più di un anno sono stato preso dall’idea irrazionale che un giorno avrei sposato un’altra irraggiungibile ragazza irlandese immigrata che si chiamava Mary. La forma aggraziata della sua gamba mi folgorava ogni volta che toccava terra. I suoi occhi vivaci sembravano sicuri e padroni di sé, quando magari erano solo sospettosi verso un nuovo ambiente. Poi c’era la sua voce, che poteva essere riservata o accesa da uno scoppio di risa, come l’avevo udita in corridoio o da poco lontano. L’avevo sentita di nascosto, dato che non mi aveva mai parlato direttamente. Non sapevo come fare ad avvicinarla o a rivolgermi a lei. Da dove potevo iniziare? Così ho proseguito con i miei studi e la lotta per padroneggiare una manciata di accordi, senza mai sognare di cantare per qualcuno che sapesse il mio nome. Il pregio di «Man of the world» non è un titolo vagamente pomposo, ma una frase musicale onirica e malinconica. Sottolineava l’impossibilità di essere felici nel verso «and how I wish I was in love». E quanto desideravo che lei fosse…con me. Il 21 Luglio stavo andando a giocare a Ping-Pong in un circolo giovanile che si riuniva in uno scantinato, e a commentare l’allunaggio della sera precedente. Sono entrato nel Lord Nelson Pub, a duecento metri dai cancelli della mia vecchia scuola elementare e dalla parrocchia dove avevo versato il vino sulle dita del prete. Ho guardato il proprietario negli occhi e ho ordinato una birra, per annegare lacrime e dolore. Probabilmente sapeva che non avevo ancora quindici anni, tuttavia mi ha chiesto che tipo di birra volessi. «Guinness», ho risposto, abbassando di un’ottava il mio tono di voce. «Una pinta».

(Elvis Costello, Musica infedele & inchiostro simpatico. Traduzione di Tiziana Lo Porto. Baldini&Castoldi 2016)