Vanni Santoni e i GdR

La stanza profonda, Vanni Santoni. Editori Laterza.

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Secondo Lévi-Strauss, attacca il Silli, soddisfatto come se preparasse il discorso da anni, i giochi, e su tutti gli sport, hanno un effetto simulato, sì, ma anche disgiuntivo. Quando finiscono, stabiliscono una differenza prima inesistente tra giocatori e squadre: quella che passa tra vincitori e sconfitti. E cos’è allora, dici guardando sfilare un mulino metallico, azzurro, all’orizzonte. Dato che, a differenza dei giochi, non solo non presenta vincitori ma neanche una “fine”, ed è congiuntivo, dato che mette assieme persone che inizialmente erano separate unendole in un’esperienza comune, regolata da norme condivise…

È un rito!

Bravo…

Ma c’è il dungeon master, fa il Paride da dietro. Il dungeon master è il nemico, ride, e ti tira un pugno sulla spalla. Mentre cerchi di renderglielo senza finire a sbattere su una staccionata, il Silli continua:

In teoria sì, in pratica no. Il dungeon master potrebbe “vincere” in qualunque momento, basta che mandi trenta draghi a un gruppo di primo livello…No, se vai al nocciolo, anche lui coopera e concorre al rito. Sì, fa il Paride, ma i riti servono a qualcosa. Che so, per passare all’età adulta…

Perché, il gioco di ruolo non ti porta fuori dal contesto infantile per confrontarsi con i pari?

A dodici anni sì. A quaranta mi pare più l’inverso.

Bene, mettiamola così: dopo una certa età diventa un rito per non diventare adulti.

Il che non rende Gygax un eroe, dice il Paride mentre dalla 90 entrate nella 47, attraverso uno svincolo provvisorio intorno al quale macinano lente enormi macchine di movimento terra, e i semafori, appesi come lanterne a cavi tra due pali di legno a bordo strada, oscillano sotto un cielo di ferro.

Be’, dici tu, in effetti oggi quante cose vengono dal D&D? Dal D&D vengono Rogue, Wizardry e Ultima, da Rogue viene Diablo, da Wizardry viene Doom, da Ultima e da Richard Garriott vengono tutti i giochi online…Alla fine l’industria del videogioco come è oggi non esisterebbe senza Gygax. Il che non ne fa un eroe. Insomma, pensa ai fratelli Lumière…E l’immaginario fantasy, allora. Martin era un dungeon master. Niente Martin, niente Game of Thrones.

Guarda, io leggevo i libri molto prima che ora impazziste tutti dietro alla serie, ma non sarebbe stata chissà che perdita per l’umanità. Le schede personaggio: Il loro essere un mix tra codice genetico e carta d’identità. Preludevano alla cultura di internet, ai social media come luogo di proiezione e ridefinizione dell’identità… Ma c’è un altro punto. D&D è controcultura.

Pure!

Lo è perché in una società che premia solo la competitività mostra che ci si può divertire, anzi avere un’esperienza esaltante, attraverso la cooperazione, senza pagare nessuno e senza sottoporsi a nessuna autorità se non a quella di regole scelte assieme.

Sembra che stai a descrivere le feste.

I rave? Di punti in comune ce ne sono.

A parte il fatto che i raver sono considerati ganzi e i giocatori di ruolo, invece, sfigati, dice il Paride. A proposito, ma a questo festival, DMT se ne troverà?

Da quello che mi hanno detto trovi tutto. Quel giudizio lo esprimi tu, che conosci entrambi i mondi. E poi ormai i nerd hanno vinto…In verità, da fuori, entrambi i gruppi erano avanguardie che pativano uno stigma sociale. Gli uni si beccavano di vandali e tossici; gli altri si beccavano di sfigati…Gli uni venivano menati dagli sbirri…

…Gli altri dai ragazzi più grandi a scuola.

Esatto. Ma perché? Troppo facile dire perché sono brutti e disadattati.

Sarà perché viene visto come una cosa infantile…

Sicuro che la relazione causa-effetto sia quella? Che non sia una punizione per chi sceglie di chiamarsi fuori da un sistema in cui i più fighi o i più bravi negli sport, ovvero nelle prove di una società basata sulla sopraffazione, vengono premiati e gli altri messi da parte? Per chi sceglie di crearsi un proprio mondo? Proprie regole? La fantasia sull’omologazione?

Quindi secondo codesto ragionamento, saremmo eroi pure noi.

Questo non lo so, dici tu, una resistenza così passiva da non essere rivendicata non ha niente di eroico.

T2 – Eravamo ragazzini

Non v’è dubbio, Danny Boyle è un gran figlio di puttana come pochi. Come riesce lui a piazzare una canzone perfetta in una determinata scena di un film, nessuno mai. Una classe maledetta, non a caso nasce a Manchester. La sua (odiosa?) estetica. Così, ogni volta che la sentirai, quella Radio Ga-Ga che conosci e ascolti da 30 anni, non potrai far altro che ricollegarla alla scena in discoteca di Trainspotting2, per sempre, dimenticando qualsiasi ricordo precedente, legato alla stessa. Braccia alzate, sorrisetto soddisfatto All we hear is Radio Ga Ga, radio goo goo, radio ga ga, all we hear is radio Ga Ga, radio blah blah, Radio what’s new? radio someone still loves you. 

Il film non è del tutto compiuto, prende spunto dal romanzo Porno di Irvine Welsh ma di fatto è solo un’occasione per poter ritrovare i ragazzi della storia, vent’anni dopo. Ragazzi interpretati dagli stessi attori scelti nel ’96. E questo è un altro punto a favore di Boyle, aver scelto, all’epoca, interpreti all’altezza del compito. Non mi aspettavo chissà cosa da questo film, se non riabbracciare i protagonisti di quelle scorribande. E così è stato. Gli Skagboys. Finito il film, un pensiero inevitabile prima di uscire dalla sala: Eravamo ragazzini, eravamo stupidi, ma siamo sopravvissuti, siamo sfuggiti all’eroina. Correndo più forte della paura che avevamo principalmente in noi, ma anche tutt’intorno.

 

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