Prima pagina di: La stagione che verrà, di Paola Soriga

Io sono tutte le persone che ho conosciuto. Sono tutte le storie che ho ascoltato, le case e le città che ho abitato. Come Alghero, di luce e bastioni, che guardo dall’alto mentre sono in balcone a fumare, il rumore costante del mare. Come mia madre: affacciata al balcone anche lei, venti o trenta anni fa, la nuca scoperta e abbronzata e un filo di corallo attorno al collo. Mia madre, ricorda Dora, che fumava guardando la strada, mia madre capace di ire feroci e di sorrisi d’incanto che mi scioglievano ogni grumo di tristezza o paura. Mia madre un pomeriggio di Giugno, quando mi aveva promesso che mi avrebbe portata a fare i buchi nelle orecchie prima del saggio di danza, anche se mio padre era contrario, e io avevo cominciato a saltare e ballare, lei a ridere e dire «smettila che crolla il balcone».

Lavorava sulla spiaggia da maggio fino a ottobre e le rimaneva l’abbronzatura anche d’inverno, la sua schiena scura manteneva tutto l’anno il segno delle canottiere che usava sotto il sole. La madre e il padre di Dora, quando lei era piccola, affittavano gli ombrelloni e le sdraio ai turisti di passaggio e agli algheresi come loro, però più ricchi, che li tenevano l’estate intera. Dai giorni ancora freddi di marzo ogni momento dopo la scuola, dopo i compiti e qualche cartone animato, era buono per prendere la bici e arrivare sulla spiaggia: lì i giochi le corse i tiri a pallavolo, i bagni nell’acqua gelata, la paglia marina.

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