Prima pagina di: Un viaggio che non promettiamo breve

In quelle rare giornate nitide, dopo che la tramontana aveva spazzato dall’orizzonte lo strato di lattigine, dalla pianura emiliana vedevi all’improvviso l’arco alpino quasi intero, e persino dalle zone umide del Basso Ferrarese potevi ammirare le Dolomiti, che una mattina di ottobre si distinguevano sasso per sasso e mia madre si era stupita perché così non le aveva mai viste e tutto appariva trasfigurato. In giorni come quelli, se potevi, salivi sui colli bolognesi e dal dirupo di Sabbiuno, dal monumento alle vittime della strage nazista, guardavi a nord e oltre i tetti rossi della città, oltre la pianura chiara, vedevi l’Adamello spuntare da una striscia di rocce azzurre sull’orlo del mondo, e accanto a te compariva il tizio che nei giorni tersi veniva a fotografare col teleobiettivo; tu gli chiedevi i nomi delle cime e lui e te li diceva tutti, il Carega, il gruppo del Pasubio, il monte Baldo, i monti Lessini, e tornavano in mente quei versi di Fabio Pusterla: «In giorni di eccezionale tersità ⎢ sbucano tuttavia, quasi a mezz’aria, ⎢ le cime delle Alpi, tra nuvole: ⎢ le rincorre il pittore, trasognato, ⎢ in lontani triangoli rosa». E il pittore, che in quel momento era un fotografo, indicava a nordovest con l’indice sinistro e diceva proprio: «Quello è il Rosa». Tu seguiva la linea retta e lo vedevi, quello spintonino isoscele era proprio il monte Rosa.

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