Oblio – DFW

di La bocca insonne

Se dovessi scegliere due aggettivi – eh si, ce ne sarebbero un’infinità – per descrivere Oblio, opterei per: Denso e commovente.

L’idea di dover centellinare le opere di DFW per non rimanere senza, mi riempie gli occhi di lacrime, anche ora,  mentre scrivo. E non perché io abbia capito DFW in ogni sua parola (concetto, storia), tutt’altro. Ci sono molte zone d’ombra – per non dire oscure – nella sua scrittura che in qualche modo richiedono una lettura totale, concentrata che sfiora la devozione. Il suo dono più grande è stato riuscire a raccontare del suo (nostro) vissuto per ciò che è, complicato, fitto, confuso e appunto, denso e commovente.

DFW bisogna quindi volerlo leggere,  non può essere una lettura superficiale, ‘casuale’. Non funziona così con lui. Ti dà la possibilità di accedere alla sua prosa (imponente) ma devi essere deciso a seguire il suo modus operandi. M.O. che, in questa raccolta, raggiunge il suo apice in Caro vecchio neon (immenso, o meglio, illuminante):

Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri.  Più che altro per piacere o per essere ammirato. Forse è un pò più complicato di così. Ma se andiamo a stringere il succo è quello: piacere, essere amati. Ammirati, applauditi, fa un pò tu.

In pratica vedeva quello che voleva vedere, insomma il tipo che mi mangiavo in un boccone quando si trattava di creare una particolare idea o immagine di me.

Fin dal primissimo incontro, anche se l’istruttore, un tipo piccolo e scuro, ci aveva detto di puntare soltanto a una decina di minuti d’immobilità all’inizio perché la mente della maggior parte degli occidentali non riesce a mantenere più di qualche minuto d’immobilità e di concentrazione vigile senza provare un’inquietudine e un disagio insostenibili.

Questi racconti sono un flusso continuo di parole che costruiscono sensazioni e luoghi emozionali molte volte complicati da accettare e amare, perché descrivono lati oscuri che potrebbero dimorare in ognuno di noi. In queste storie, Wallace ha la pazienza – e la chiede al lettore – di raccontare quanto sia simile per intensità e grandezza il malessere del suo/nostro tempo in ogni angolo dell’occidente industrializzato, civilizzato, martoriato. E lo fa disegnando scenari quotidiani nei loro minimi – e solo in apparenza insignificanti –  dettagli, come in Mr. Squishy (che consiglio vivamente di leggere per ultimo, nonostante sia il primo), scritto con uno stile che mi ricorda David Lynch e la sua struttura ‘narrativa’.

Oblio è quindi una miniera d’oro e ci si trova qualche cosa di prezioso ogni volta che lo si legge, e DFW mi mancherà tanto, con quel suo modo di descrivere così bene il mal di vivere, questo pachiderma che più di una volta ci mette all’angolo e ci sfinisce di noia isterica e frequente.

Era solo se, dopo le percore, il controllo del respiro, la visualizzazione delle gocce di pentotal nella flebo e il ripasso mentale nei minimi particolari di una serie di fotografie di persone in fiamme appartenenti a una speciale raccolta dal titolo Persone in fiamme, Corliss non riusciva ancora a prendere o a riprendere sonno che ricorreva al suo metodo infallibile: immaginare le facce di tutti quelli che aveva amato, odiato, temuto, conosciuto o anche solo visto, raccogliersi e concrescere come gli elementi base di un’immagine formando il quadro puntinato di un unico immenso e vorace occhio la cui pupilla era quella dello stesso Corliss. (Il canale del dolore)

Impegnatevi e leggetelo. Saprà ricompensarvi.