La cucina totalitaria – Wladimir Kaminer

Ho scoperto Kaminer qualche mese fa grazie a Berlin Babylon, un’antologia di giovani scrittori tedeschi. In realtà, l’autore nasce a Mosca (1967) e si trasferisce a Berlino solo nel 1990. È nella capitale tedesca che l’autore muove i suoi primi passi con la pubblicazione di articoli su riviste e giornali locali. In attesa di leggere  i suoi primi romanzi (prima devo riuscire a reperirli!!!) inizio la scoperta della sua scrittura semplice e scorrevole. In questo volume, Kaminer presenta, insieme alla moglie Olga, quelli che io chiamo Timballi socio-geografici a quattro mani. Nello specifico, racconta le dieci ex-repubbliche sovietiche attraverso tradizioni ed esperienze personali suddividendo ogni capitolo in strati, tre per l’esattezza: breve storia storico-geografica, breve racconto per approfondire luoghi ma sopratutto tradizioni e comportamenti antropologici, e infine, ricette (dall’antipasto al dolce). Ne viene fuori un viaggio divertente, grazie  anche all’umorismo dell’autore, attraverso terre che non sono molto conosciute. La cucina dell’ex unione sovietica è abbastanza povera e semplice. Le ricette infatti, fanno capire quanto fosse importante più il fatto di nutrirsi per sopravvivere che non sviluppare l’arte culinaria, anche se, qualche spunto interessante lo si può trovare. Interessanti anche le tre appendici che trattano il falso mito russo di Vodka e caviale (non svelo niente) e La cucina di mamma, ricordo d’infanzia dell’autore.

Una ricetta dalla Siberia:

Pesce ai mirtilli e miele: Mettere  il succo di mirtillo in una pentola, aggiungere il miele e far ridurre della metà. Passare il pesce bianco nella farina, scaldare l’olio in una padella e cuocervi il pesce su entrambi i lati. Togliere il pesce dalla padella, cospargelo con la salsa ai mirtilli e miele e lasciar riposare cinque minuti. Servire guarnito con fettine di limone.

Un’istantanea dall’Uzbekistan:

Ma torniamo all’Uzbekistan, una repubblica plurinazionale di venticinque milioni di abitanti di cui la maggior parte sono giovani uzbeki; con grandi fiumi che seccano costantemente; deserti giganteschi; montagne che gettano poca ombra; e con una quinta stagione chiamata ‘Cilla’: quaranta giorni d’estate in cui le temperature diurne arrivano spregiudicatamente fino a cinquanta o sessanta gradi.Il segreto per sopravvivere in questo caldo è «sudare dentro se stessi». Per farlo, la gente del posto indossa spessi cappotti di piumino e beve tè verde bollente. In questo modo i cappotti si bagnano all’interno e restano asciutti fuori. È cosi che gli uzbeki si riparano dal caldo esagerato.

Dal racconto in Ucraina:

Ogni anno in estate agli ucraini viene una gran voglia di mettere su famiglia. In questo periodo nel villaggio ci si sposa e si festeggia, per poi divorziare con l’arrivo dell’inverno. Quanto a morire, lo si fa di rado e, se proprio si deve, è per morte violenta. La maggior parte degli abitanti di quei luoghi credono nel potere curativo delle cipolle a colazione, e finché ci credono la cosa funziona. L’evento culinario più importante nelle campagne è il matrimonio ucraino, una dura prova per l’intero parentado. Per la preparazione di una festa simile vigono regole ferree. Se ci sono meno di quattrocento invitati, un matrimonio non viene percepito come tale dalla comunità, e dunque non ha valore.

Tappeto sonoro: Tat’jana Petrovna Nikolaeva, per esempio.

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