Gutiérrez /1 – Trilogia sporca dell’Avana

di La bocca insonne

 

Ho scoperto Gutiérrez qualche mese fa leggendo Malinconia dei leoni e mi sono reso conto subito di quanto fosse una lettura non facile da digerire ma estremamente affascinante, a tratti esaltante.

Certo non mi aspettavo di sentirmi travolto dalla lettura di questa trilogia a tal punto da pensare di smettere di leggerla, come una vera e propria esigenza, più di una volta (ogni 10/15 pagine, per la precisione). Sono arrivato in fondo, a fatica, attirato come da una calamita(calamità) da queste esplosioni di vita/affascinanti creature immerse nella miseria che hanno scatenato in me una curiosità quasi morbosa nei confronti di questa Cuba anni ’90, dove la sopravvivenza cancella (quasi) ogni filtro umano.

Dalla prima all’ultima pagina, la libertà (?!) e la sensualità (compresa la sessualità) coabitano con il  masochismo, con la paura e con un senso costante di precarietà. Incroci difficili da decifrare e a volte persino da accettare e metabolizzare:

Ma io non discutevo con nessuno. Ormai ero stanco di discutere. Tanto, comunque andava, finiva che i calci in culo me li beccavo lo stesso. Non discutevo più. Facevo finta di essere mezzo ritardato mentale, mezzo mongoloide, e mi lasciavano in pace. A volte penso che ai poveri conviene essere idioti piuttosto che intelligenti. Un pò idioti e molto cazzuti (un povero intelligente è un potenziale brillante suicida o un remoto combattente della rivoluzione mondiale. O tutte e due le cose insieme).

E ancora:

Stavo lì con Miriam perché non avevo un altro posto dove andare. Non avevo un posto migliore nè peggiore dove vivere. A letto stavamo bene. Lei vendeva di tutto, guadagnava qualche soldo e tiravamo avanti per un pò. Quella donna mi era entrata nel sangue. Aveva qualcosa di animale. Viveva solo per me e per suo figlio. Secondo il vecchio concetto dell’uomo per strada e della donna in casa. Si eccitava quando tornavo sudato, sporco, con la barba incolta. Si eccitava ad avere accanto un maschio selvaggio, con l’uccello in tiro ventiquattro ore su ventiquattro.

La trilogia del Cubano (Ancorato alla terra di nessuno/Senza niente da fare/Sapore di me) è impregnata di sesso forte, violento, erotico, affascinante, ma non solo. Viene rappresentato un mondo che sembra avere inusuali regole umane d’ingaggio tra persone, codici del tutto diversi da quelli che siamo abituati ad utilizzare (qui, lontani da Cuba) ma che forse non sono poi così distanti dalla natura umana. ‘Forse’ è la parola che ripeto in maniera ricorrente quando rileggo le sottolineature che ho lasciato nel libro: Forse… Perché sento di essere distante da questa realtà ma allo stesso tempo di farne parte, in qualche modo, come se ci fosse un filo trasparente che lega tutti noi, in profondità.

Ho un’attrazione particolare per le trilogie, a prescindere dall’argomento e questa è una delle più affascinanti e difficili che ho letto. Nonostante una certa difficoltà nell’accettare ciò che molto di queste pagine rilasciano attraverso un inchiostro sincero fino allo spasmo, la lettura scorre rapidissima e mette un certo appetito carnale, profondo che fa venir voglia di andare al sodo, fino al centro della vita pulsante, lasciando da parte orpelli quotidiani e banali perdite di tempo. Un medicinale dal gusto un pò amaro ma necessario.

Ci sono una dozzina di passaggi che ho sottolineato ma dovrei trascrivere mezzo libro quindi scelgo un’ultima breve citazione che rappresenta eloquentemente il concetto espresso nel libro:

Mi fa paura sapere che siamo bestie e che odiamo sentircelo dire.

(Da leggere sorseggiando Rum, ovviamente).

Tappeto sonoro: consiglio gli Scorn, nessun disco in particolare. L’intera discografia in random sarebbe l’ideale. Un esempio:

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Questo invece è un brano tratto da Malinconia dei leoni:

 L’ordine genera sempre il disordine perchè l’uno non può esistere senza l’altro. Si rincorrono, si cercano, piangono e si disperano perché uno sta alle calcagne dell’altro ma senza che riescano mai a raggiungersi. Non arrivano a toccarsi benché vivano inseguendosi eternamente. Simulano una lotta tra contrari. Recitano un antagonismo irreversibile, ma in definitiva è tutta una messinscena ben orchestrata, perché il disordine è una maschera dell’ordine.