About a boy

Quel giorno mi trovavo nel piazzale della caserma dei paracadutisti a Pisa, un amico giurava fedeltà all’esercito e io avrei voluto essere nel letto a dormire o comunque a fare sicuramente altro. Vicino a me, un uomo con in mano La Repubblica. Io, poco interessato al giuramento ho notato subito la piccola foto di Kurt Cobain in prima pagina. Ho sorriso tra me e me: Cos’ha fatto stavolta? Sempre disattento a quel che succedeva nel cortile della caserma ho cercato di leggere il titolo dell’articolo. Non ricordo il titolo ma l’occhio è caduto su una sola parola, suicidio.

E lì qualcosa si è rotto subito.

Qualcosa che non sarebbe più stato possibile riparare. Avevo già fatto il servizio militare, avevo già perso la verginità lavorativa e da un pò anche quella sessuale, ma quello che successe quel giorno non l’avevo ancora sentito. Ha ripescato delle perdite in famiglia avvenute in un periodo in cui l’elaborazione del lutto è forse più complicata che in altri momenti della vita. Dissero, la vita va avanti, continua; lo dicono anche oggi, l’hanno sempre detto e sempre lo diranno. Certo che la vita continua, coglioni. Lo so anch’io che continua. Bisogna vedere come. Bisogna vedere con che fatica, con che serenità; con quale nuova visione delle cose la si guarda e la si vive. Dopo quel giorno ho passato diversi anni in cui non ho più ascoltato nulla dei Nirvana, evitando anche i passaggi radiofonici. Non potevo perdonarlo. I dischi, avrei voluto venderli o buttarli dalla finestra, sbarazzarmene; ma non l’ho fatto, perché un giorno, ho compiuto un faticoso passo avanti in quell’elaborazione così difficile. È un passo contenuto in una semplice e breve frase di Eddie Vedder, che in quel periodo scrisse molto nelle sue canzoni a proposito di Cobain, nel disco dal titolo beffardo Vitalogy. Una frase di quei tempi che ho custodito per poterla poi metabolizzare davvero:

Some die just to live. Ed io ci credo.

Una lezione tanto sofferta quanto dignitosa. Ora non è più la stessa cosa, non lo sarà mai più e manca ancora tanto ma lo accetto anch’io, con più dignità.

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