Quel paraculo di mio fratello

Mio fratello è figlio unico.

(Rino Gaetano)

Quel paraculo di mio fratello.E le sue sicurezze del cazzo, impacchettate in un vestitino perfettino e stirato a dovere.Con le orecchie che sanno quando ascoltare, la bocca che sa quando parlare, il naso che sa quando respirare e il buco del culo che non fa mai rumore.Tantomeno puzza.Che se poi tifa una squadra, vince sicuro.Che se poi si gioca a carte, vince sicuro.Che se poi qualsiasi cosa, vince lui.Non sto qui a spiegare cosa è in grado di fare quando gioca a scacchi.Placato.Sedato.Radicato.Il mio contrario.Maledettamente quadrato.Non ha paura del buio, figuriamoci.Ci vivrebbe, come immagino che dica.Quando ascolto i Venom in cuffia mi guarda come fossi un malato terminale o almeno, quel suo sguardo lo riconduco ad una certa pietà umana occidentale.Dice che imitare i musicisti mentre suonano non mi fa fare bella figura, un pò di amor proprio! mi dice.Lui, il paraculo, quando realizza qualcosa, ha sempre il sapore di cattedrale gotica.A me piace molto la luce delle candele, lui non le sopporta, dice che puzzano.Che paraculo.

Mio fratello è come una città industriale in continua espansione, io sono più Cape Elizabeth, Maine.Cercate in rete e capirete meglio.Gli voglio un sacco di bene a quel maledetto, che mi ha detto di stare attento alle donne che mi scelgo.Lui, che ha quella sua amichetta che si fa mezza Brescia, che non è un cognome, per puntualizzare.E’ proprio mezza città.L’altra metà è in fila.E ora che ci penso, questa cosa potrebbe essere la prima falla nel sistema di quel paraculo di mio fratello. Un giorno a scuola, la prof ci chiese di fare un esempio di paragone.Io pensai subito a lui come ad una cabina armadio dove tutto è in bella vista, molto spazioso, per potersi vestire, cambiare, controllare e stimarsi.Io invece, mi vedo più come uno di quegli armadi grandi quanto basta, con finiture approssimative ma che emanano un buon profumo di legno grezzo.

Destra o sinistra? Sinistra, ma la sua è quella sinistra che puzza di destra.Un mancino tendenzialmente borderline.Io suono a sinistra, mi masturbo a sinistra e ascolto pure con l’orecchio sinistro, che guarda caso, è quello che si riempie meno di cerume.Se penso a noi due come alleati, mi ricordo a malapena un paio di occasioni, e sembra già passata una vita.E non sono state nemmeno battaglie significative.Sennò ricorderei almeno i luoghi, un abbraccio o una stretta di mano.Non trovo trascurabile il fatto di non avere una scatola di legno con dentro ricordi, effetti personali o amuleti che mi leghino a lui o alla figura che è stato o che avrebbe dovuto essere.Il mio fratellone è di una puntualità disarmante, rasenta l’ossessione, tranne quella volta che doveva venire a prendermi al campeggio.Mamma e papà erano fuori città.Lui, il paraculo, era fuori di senno.Quando stava con Lei non capiva più niente. Come se avesse un frullatore nel cervello.Fino ad un certo punto ho sognato di esser lui, poi ho smesso.Ormai somigliava più ad un incubo, nei miei occhi sfiduciati.Mi dice di non frequentare la Sociedad anonima.E’ pericoloso.E’ sconveniente.E’ inaccettabile.E’ una perdita di tempo.Io la frequento perché è pericoloso, sconveniente, inaccettabile e una perdita di tempo.Ecco.

Io, però, la sera mi addormento solo quando sento i suoi passi inconfondibili girare per casa.Ha un passo cadenzato, zoppicante leggermente a sinistra.L’ho imparato ascoltandolo nel buio e nel silenzio della casa.E’ riconoscibile anche il modo in cui fa girare la chiave nella toppa.Deciso.Quando non rientra non riesco a prender sonno e questo mi fa imbestialire.Se non arriva, apro il Don Chisciotte che ho sempre sul comodino, una pagina qualsiasi.La parte che preferisco però, è quella del capitolo XII, libro secondo:Della strana avventura a don Chisciotte col valoroso cavaliere dagli specchi. Nello specifico, io nei panni dell’Hidalgo che dico a mio fratello Sancio:

Contuttociò, se tu, o Sancio, mi avessi lasciato combattere come era mia volontà, ti sarebbe toccato in ispoglio almeno almeno la corona d’oro dell’imperadore, e le dipinte ali di Cupido, ch’io gliele avrei strappate di forza, e te le avrei date.

Per un periodo, abbastanza lungo ho contratto pure un odio infinito nei suoi confronti, per lui e per tutto quello che faceva.Odiavo il fatto che potesse realizzare qualche cosa.Ma mi son stufato anche di quello, del mal di stomaco che tutto ciò mi procurava.Ovviamente, parlando d’odio, lui ne nutre uno profondo verso il sopracitato Don Chisciotte.Dice che seguire il cavaliere errante di Cervantes è da stupidi.Quando lo dice gli caverei tutti i denti e, non l’ho mai detto a nessuno, anche le unghie.

Star seduti ad un tavolo su una terrazza sul mare fa sentire adulti, importanti, con il vento salato che spolvera la sabbia dalla faccia, solleva lo spirito e rinfresca la pelle delle braccia leggermente arrossata dal primo sole, sempre sottovalutato da me.Non da mio fratello, ovviamente.

«Ti piace questo posto?»

Mi godo quel paraculo di mio fratello, che mi ha portato al mare mettendo da parte il suo lavoro e la sua amichetta.E’ capace anche di questo, quel paraculo.Da qui a parlare di alleati ce ne passa però ho una gran voglia di abbracciarlo forte, perché vorrei cambiarlo ma vorrei anche tenermelo così come ce l’ho qui davanti.Al mare.Oggi.Anche se a volte, come ora, quando mi osserva sembra trovarsi di fronte all’oscurità.

«Si, questo posto mi piace.»

Fa.Ro.

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