THE DEAD WEATHER

Non un mero esercizio di stile, né un’opera fine a se stessa, bensì l’ancora germinale e incompleto lavoro di un supergruppo formato fin lì unicamente da quattro eccezionali solisti non pienamente amalgamati tra loro. Questo era stato “Horehound“, un disco composto certamente da varie ottime canzoni di trasandato e tagliente blues-rock, ma ancora povero della coesione e della personalità caratteristiche di una vera band.

In questo senso “Sea Of Cowards” è il frutto maturo di una più proficua alchimia tra i vari componenti della band, oltre che la solida e convincente evoluzione di un suono non ancora pienamente definito nella sua essenza nel precedente lavoro.
Il mood generale del disco si carica di espressioni e atmosfere sempre più tenebrose e maledette che sfociano icasticamente nel gotico, contribuendo ad accrescere il profilo dark di un rock che continua a mantenere d’altra parte immutati gli attributi vintage di matrice 60-70, hard da un lato, psichedelici dall’altro.
Il pregio è quello di mantenersi follemente in bilico tra un classicismo rock’n’roll saturo di frenesie e improvvisazioni chitarristiche e un’urgenza comunicativa trasgressiva e alienante, chiaramente rimandabile a una cupa e tormentata apertura al postmodernismo.

In questo contesto, l’organo assurge a una maggiore presenza, le linee di basso si fanno più dense e marcate, gli assoli di chitarra più pesanti e affilati, e le distorsioni e i continui loopaccrescono il senso dell’oscurità suburbana che avvolge interamente l’opera. Insieme alla maggiore presenza vocale di White, e all’eccellente lavoro chitarristico di Fertita, è soprattutto la straordinaria Mosshart a elevare la cifra stilistica del gruppo, grazie a un concentrato esplosivo di sensualità e prorompente spavalderia da far quasi invidia a Eleanor Friedberger.

Il ritmo è forsennato sin dall’iniziale “Blue Blood Blues”, un blues marziale che scorre via tra il crossover à-la Rage Against The Machine di White, e tempestosi riff di stampo zeppeliniano. Difficile, se non impossibile, resistere al funk malato e ipnotico di “Hustle And Cuss”, così come allo psych-rock sintetico della successiva “The Difference Beetween Us”. Seguono la beffarda e ghignante “I’m Mad”, e l’ammiccante call and response di “Die By The Drop” in pieno territorio hard-rock. Un basso pieno e profondo domina il bisbigliato blues di “I Can’t Hear You”.
Brani come “Gasoline” e “Jawbreaker”, seppur di notevole impatto e ineccepibili dal punto di vista tecnico, non aggiungono molto a quanto già fatto in precedenza sia dagli stessi Dead Weather che dal solo Jack nei White Stripes, mentre la conclusiva “Old Mary” è una nenia impertinente e inquietante allo stesso tempo con un cantato à la Axl Rose e un andamento profondamente psichedelico.

grazie a Ondarock.

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